Open access: la svolta c’è, ma non basta

di Federico Binda e Costanza Hermanin,

È stato votato oggi alla Camera il disegno di legge sull’Open Access (OA) ossia il diritto, da parte di tutti i cittadini, ad avere libero accesso ai risultati della ricerca finanziata tramite denaro del contribuente. La “proposta Gallo” – dal nome del Presidente M5S della Commissione cultura che ne è il primo firmatario, ha il merito di riaprire un dibattito particolarmente sentito all’interno della comunità della ricerca italiana e internazionale sul copyright delle pubblicazioni scientifiche, ma non coglie ancora completamente nel segno, lasciando aperti un buon numero di fronti che rischiano di minarne fortemente il potenziale.

Un intervento che va nella direzione auspicata, anche dall’Unione Europea, è stato fatto, però, con l’Ordine del Giorno approvato nel corso della discussione alla Camera, a firma dei deputati di +Europa, su iniziativa di Science for DemocracyI limiti del testo sono però molti, come evidenziato dall’astensione delle opposizioni nel voto finale in aula.

Riprendendo le parole di Maria Chiara Pievatolo, dell’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta,realizzare il principio dell’Open Access per la ricerca finanziata con fondi pubblici “non è solo una questione di denaro: la liberazione della ricerca dal segreto, affinché le tesi cui la ricerca approda siano pubblicamente sperimentabili, dimostrabili e discutibili, è un aspetto essenziale della rivoluzione scientifica moderna. Come potremmo, per esempio, essere ragionevolmente certi dell’efficacia e della sicurezza di un vaccino se i risultati della sua sperimentazione e i dibattiti sul loro significato fossero accessibili solo a pochissimi?”

D’altronde, la stessa Commissione Europea ha recentemente lanciato un ambizioso progetto, Plan Sche prevede la completa transizione verso il modello Open Access entro il 2020, con regolamenti stringenti che hanno scatenato dure reazioni da parte degli editori. L’Open Access, infatti, è anche anche una questione di soldi.

La proposta di legge Gallointroduce, meritoriamente, un nuovo diritto dell’autore di un’opera scientifica: il diritto alla ripubblicazione (una parte del testo – questa – non presente nella formulazione originale della legge ma inserita dietro suggerimento di diverse associazioni del settore, come AISA). Dopo un ragionevole periodo di tempo (6 o 12 mesi per tipi di articolo differenti, ma non mancano tentativi di emendamento scritti allo scopo di allungare questi termini) l’autore può riproporre un suo testo già pubblicato se agisce senza scopo di lucro.

Purtroppo, questa innovazione importante, nel testo attuale della proposta di legge, è limitata alle “opere pubblicate sul periodico”. Rimangono esclusi tutti gli altri prodotti di ricerca, che siano i dati grezzi degli esperimenti o forme di diffusione della ricerca diversi dalla rivista. Che dire delle monografie? O dei prodotti digitali o multimediali? Ci limitiamo insomma ad una specie “in via di estinzione”, ossia la pubblicazione su periodico.

Da questo punto di vista, la legge corre il rischio di nascere già vecchia(come la legge 112/2013, che già all’epoca venne criticata a causa dell’eccessiva attenzione al prodotto “cartaceo”).  Senza un’estensione del diritto alla ripubblicazione, rischiano di rimanere lettera morta le altre buone intenzioni della legge, come il rafforzamento degli archivi aperti pubblici.

E’ noto a chi lavora in accademia, ma ignoto alla maggioranza di coloro che, con le proprie tasse, contribuiscono all’investimento in ricerca che, oggi come oggi, la produzione scientifica è soggetta a un’assurda logica per la quale l’investimento pubblico serve non solo a pagare i ricercatori, ma anche a “ricomprare” i risultati delle loro ricerche dagli editori commerciali delle riviste scientifiche, come i giganti Reed-Elsevier e Springer-Nature, per poterli sviluppare ulteriormente.

Nel mondo attuale della produzione e divulgazione scientifica, il pubblico finisce spesso per pagare quattro volte.  In primo luogo paga per il ricercatore che studia e produce risultati e per la sua strumentazione. In secondo luogo, quando i risultati sono presentati alle riviste del settore per la pubblicazione, sono altri accademici che – gratuitamente per l’editore e nell’ambito delle proprie mansioni accademiche – revisionano e selezionano i testi per la rivista scientifica cui un articolo è proposto. Terzo, quando i testi sono pubblicati dall’editore commerciale, mentre l’autore non riceve compenso, sono le stesse università e i centri di ricerca a dover abbonarsi alle riviste del settore per avere accesso alla pubblicazione. E per l’abbonamento si utilizza parte del finanziamento pubblico destinato alla ricerca. Infine, la beffa: poiché i risultati della ricerca finanziata da alcune fonti di fondi pubblici (ad esempio, i fondi dell’European Research Council) devono essere in accesso libero, il team di ricerca o il singolo accademico che ha proposto l’articolo si trova a dove pagare alla rivista il Gold Open Access, ossia la possibilità di far accedere gratuitamente il pubblico a quell’articolo. Ossia, paghiamo per l’abbonamento alla rivista commerciale e per l’eccezione all’accesso per abbonamento.

Non è del resto un caso che i grandi consorzi bibliotecari europei ed americani stiano man mano prendendo posizioni sempre più forti contro i colossi dell’editoria scientifica mondiale, rifiutandosi di pagare più volte – per pubblicare gli articoli e per poterli leggere. Ultimi, in ordine cronologico, ad unirsi a un già lungo elenco di rivoluzionari – un caso eclatante è stato quello della Germania, sono state le Università della California (come UC Berkeley), che hanno recentemente fatto saltare il tavolo della contrattazione con Elsevier, rinunciando a tutti gli abbonamenti.

Mentre altrove il mondo della ricerca pubblica cerca di ribellarsi ai monopoli commerciali, in Italia la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) cede con poche resistenze alle richieste degli editori. Lo scorso agosto si è rinnovato per altri cinque anni il contratto di fornitura con Elseviere ci si prepara, nel corso del 2019, a fare lo stesso con l’altro gigante, Springer-Nature. 

Ma a cosa si deve tale timidezza contrattuale? Come spiegaancora Maria Chiara Pievatolo, l’effetto combinato dell’attuale legge sul copyright delle pubblicazioni scientifiche e, soprattutto, del sistema di valutazione degli accademici imposto dallo Stato italiano per l’avanzamento professionale e l’assegnazione dei fondi, lascia università e centri di ricerche sostanzialmente disarmati. I ricercatori italiani, a differenza dei colleghi europei, sono vittime di un enorme conflitto di interessi: come altrove, il loro lavoro (in particolare nelle scienze “dure”, matematica, fisica, biologia e così via) è valutato sulla base di parametri come il numero di articoli pubblicati e le citazioni ricevute. Ma, solo in Italia, in questo esercizio le uniche banche dati che “fanno fede” per tali conteggi, sono, guarda caso, due banche dati private: la più grande, Scopus, è di proprietà di Elsevier, e il cerchio si chiude.

Questo costituisce un chiaro disincentivo di Stato a pubblicare in Open Access, in particolare al di fuori del solito circuito degli stessi editori commerciali,ma la proposta di legge Gallo ha omesso di affrontare questo punto cruciale.  Un conflitto di interessi tra editore e valutatore che, nonostante gli appelli del Consiglio Universitario Nazionale, è stato riproposto con il decreto firmato l’8 Agosto 2018 dal Ministro Bussetti per le abilitazioni scientifiche nazionali.

Inoltre, da più parti si è osservato come l’uso di queste banche dati citazionali negli esercizi di valutazione è all’origine della spirale dei prezziche ha reso via via più oneroso l’accesso alle pubblicazioni scientifiche da parte di biblioteche e istituti di ricerca pubblici.

Le università e gli istituti di ricerca pagano – come abbiamo detto sopra – per pubblicare gli articoli scritti dai propri ricercatori in modalità open, e per poter leggere gli articoli su abbonamento. Tutto questo si concretizza nella forma di grandi accordi commerciali, tra soggetti pubblici da una parte ed editori dall’altra.

I dettagli e l’ammontare di questi contratti non sono un’informazione irrilevante: il rischio, concreto, è che possano essere usati dagli editori per rafforzare la propria posizione dominante.

La trasparenza delle spese è infattifondamentale per avere un’adeguata forza contrattuale con gli editorinel momento della stipula dei contratti di abbonamento. Questa strategia è stata usata con successo in altri paesi europei (Germania, Paesi Bassi) per ottenere nuovi contratti di tipo read-and-publish, in cui nelle spese di abbonamento alle riviste sono inclusi i costi di pubblicazione in modalità Open Access Golddi tutti gli articoli scritti

Per far fronte a questa situazione, una nuova disposizione di legge – che ancora manca nella proposta Gallo – dovrebbeimporrel’assoluta trasparenza e accessibilità, da parte del pubblico, di tutte le clausole di tali contratti, incluse quelle economiche e relative alle somme corrisposte dall’una o dall’altra parte. Cosa peraltro auspicata in una recente raccomandazione della Commissione Europea sull’accesso aperto all’informazione scientifica.

 

I principi dell’Open Science vanno oltre il semplice accesso aperto ai prodotti della ricerca scientifica. Nel contesto contemporaneo, l’accesso ai dati(che siano raccolti direttamente tramite osservazioni scientifiche o estratti in altro modo) ha un’importanza pari, se non superiore, all’accesso ai risultati della ricerca. Si tratta della battaglia per il cosiddetto Open Data, che sia a complemento dell’Open Access.

La proposta di Legge Gallo non affronta questo nodo, correndo il rischio, in assenza di una adeguata regolamentazione, che il solo accesso aperto, esteso dai risultati della ricerca (articoli, pubblicazioni, etc.) ai dati sperimentali finisca indirettamente per regalare ai grandi attori internazionali la possibilità di sfruttare commercialmente contenuti prodotti tramite contributi in gran parte pubblici.

Insomma, c’è ancora molto da fare. Eppure il momento sarebbe propizio per un atto di coraggio. L’Italia, che nonostante tutto rimane un importante attore nel panorama scientifico mondiale, ha l’occasione per unirsi ai partner europei e diventare portavoce di una battaglia culturale dalle molteplici ricadute. Economiche: più soldi nel circuito della ricerca e non in quello degli editori. Sociali: l’accesso libero e trasparente alla ricerca è una condizione essenziale per ricreare il rapporto di fiducia tra cittadini ed “esperti”, una frattura da sanare al fine di costruire una “società democratica basata sulla conoscenza”.

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