Decreto dignità e i precari della Ricerca

Ecco il testo integrale del mio intervento pubblicato (con qualche modifica) il 2 Agosto sul Fatto Quotidiano qui e sul sito dell’Associazione Luca Coscioni qui.

Le nuove norme contenute nel disegno di legge in discussione alla Camera contribuiscono a creare confusione e disparità tra ricerca pubblica e privata

Dopo gli ultimi ritocchi in Commissione, il decreto Dignità arriva all’esame della Camera, e le strette sui contratti a termine, per come formulato il testo attuale, potrebbero avere serie conseguenze su un buon numero di addetti che operano nel mondo della ricerca scientifica. Il tutto in un contesto di scarsa attenzione da parte dell’opinione pubblica e della stampa.

Il tema, sollevato dai direttori degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS), ma che interessa anche altri istituti di ricerca italiani, è quello dei limiti alla durata massima e al numero dei rinnovi dei contratti a tempo determinato. Un tema generale, certo, ma che potrebbe mettere in particolare difficoltà un settore che, per molte ragioni, sopravvive grazie al lavoro di migliaia di ricercatori precari, che rischiano di non vedere un rinnovo alla scadenza del proprio contratto.Con qualche eccezione: la stretta non vale per il pubblico impiego, per il quale continuerebbero a valere le norme esistenti.

Il nuovo testo contribuisce così a creare una insensata disparità contrattuale tra chi opera in strutture pubbliche e chi opera in strutture private, in un mondo in cui spesso i finanziamenti sono mescolati, e pubblico e privato si intersecano frequentemente: strutture di diritto privato sono, ad esempio, 28 IRCCS su 49, così come l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, che nonostante la natura giuridica riceve un costante flusso di finanziamenti pubblici.

Ecco perché, al Comma 3 dell’Articolo 1 del testo in discussione, che al momento esclude i contratti stipulati dalle pubbliche amministrazioni, andrebbe aggiunta una forma di deroga per quelli stipulati da università e istituti di ricerca privati.

Delle criticità su questo punto erano del resto già emerse nel 2015, in seguito all’approvazione di uno dei provvedimenti collegati al Jobs Act. Secondo il testo vigente, non modificato in questa parte dal decreto Dignità, è consentita una deroga alla durata massima di 36 mesi (oggi scesi a 24) ai contratti aventi oggetto esclusivo attività di ricerca scientifica. In questi casi, era e rimane consentita una durata pari a quella del progetto di ricerca cui si riferiscono (con l’unica clausola del numero massimo di proroghe – che scendono però da cinque a quattro con il testo attuale).

Deroga che non si applica, come sottolineato a suo tempo dal Ministero del Lavoro, ai contratti “misti”, in cui l’attività di ricerca è solo una tra quelle previste. Una considerazione non da poco, in particolare in ambito di ricerca clinica, dove attività assistenziale e attività di ricerca vanno di pari passo. Ecco quindi spiegata la preoccupazione dei direttori degli IRCCS privati, come l’Humanitas di Milano o l’area IRCCS dell’Ospedale San Raffaele, che vedono un serio rischio in questa ennesima modifica legislativa.

Una pezza necessaria dunque, che al momento si limiterebbe ad evitare di lasciare scoperti migliaia di ricercatori che operano in strutture private. Ma che non deve e non può diventare una scusa per continuare ad ignorare i problemi strutturali legati alla contrattualizzazione dei ricercatori, nel pubblico come nel privato. Hanno ragione, da questo punto di vista, i ricercatori dell’Arsi (Associazione Ricercatori in Sanità Italia), nel loro intervento del 24 Luglio scorso sul Blog del Fatto Quotidiano. La flessibilità nel mondo della ricerca non può essere sinonimo di precarietà, come invece accade in modo sistematico nel nostro Paese. Quello che manca è una disciplina organica delle tipologie di contratto da applicare al mondo della scienza e della ricerca scientifica, un settore in sofferenza anche per colpa di una legislazione non adatta, oltre che per la cronica mancanza di fondi.

Non sono strutturati in modo adatto i contratti di post-dottorato, tutelati in modo specifico nella maggior parte dei paesi europei. Così come mancano le figure contrattuali dei ricercatori a tempo indeterminato, sia in ambito universitario che nella Sanità. In assenza di contratti alternativi, le nuove strette sui contratti a termine non potranno che creare ulteriori problemi al settore.

Una corsa ad ostacoli per chi vuole fare ricerca in Italia, con buste paga oltremodo leggere, scarse o nulle coperture previdenziali, e in generale contratti che creano condizioni di precarietà cronica, figli di un modo di concepire la ricerca come un’attività per privilegiati, ignorando il contributo che porta allo sviluppo del Paese. Senza grande dignità, con buona pace del Ministro del Lavoro.

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